I'm Not There (2007)

Commento critico di I’m Not There (2007) di Todd Haynes

"L’imperfezione è bellezza, la pazzia è genialità, ed è meglio essere assolutamente ridicoli che assolutamente noiosi." (Marilyn Monroe)

Qual è lo scopo dell’arte? Perché il cinema a partire dagli anni 2000 ha iniziato un percorso barocco e sovraccarico di rappresentazione filmica? Perché così tante biografie, verosimili, irreali, inventate? Il miglior commento possibile al cinema di Todd Haynes e in particolare ai film Velvet Goldmine e I’m Not There sembra essere quello di Walk Hard: The Dewey Cox Story, opera scritta da Jake Kasdan e Judd Apatow che vede come protagonista l’attore John C. Reilly interpretare il personaggio di Dewey Cox, leggendaria rockstar dalla vita turbolenta.

Che bisogno c’era nel 2007 di una parodia su Walk the Line e Ray, biopic di successo dedicate rispettivamente a Johnny Cash e Ray Charles? Rispondere nessun bisogno è vietato ai fini del proseguimento della tesi analitica e critica retrospettiva all’opera di Haynes. In realtà a parte i toni e certe soluzioni e scelte stilistiche, Walk Hard e I’m not there sono due opere collegate, speculari, a tratti anche gemelle. Perché il finto biopic incentrato sul personaggio immaginario di Dewey Cox non è meno realistico di quanto non lo sia I’m Not There. Il film di Todd Haynes possiede molte qualità e pregi, ma la principale è quella dichiarata fin da subito: non si tratta di un’opera dedicata alla vita di Bob Dylan. Nel film (fatto per veri, esperti dylaniani) Dylan non è citato in modo diretto neanche una volta. Nessun personaggio porta il suo nome, non si sente la sua voce negli inserti “dal vivo” e anche la scelta di puntare su sei diversi personaggi (sette se si considera che Christian Bale copre due ruoli/periodi) è abbastanza chiara. Nelle intenzioni del regista, che firma anche la stesura del soggetto e della sceneggiatura in collaborazione con Oren Moverman, (non) c’è la ferma volontà di raccontare la storia di Bob Dylan. Al regista non interessa essere fedele a niente, tranne che a sé stesso. A differenza di tanti biopic che vedremo più avanti o che abbiamo visto nel passato recente (il film venne distribuito a fine estate 2007) qui non vediamo il protagonista (più di uno, in realtà) assorto in sala di registrazione mentre tenta di produrre musica, oppure in sala prove con la band. Verrebbe da dire istintivamente: e meno male, anzi, era ora, ma sarebbe un errore chiuderla qui. Perché in effetti dare maggior peso e spazio ai momenti salienti della vicenda dylaniana, vuol dire anche concentrarsi sul lavoro di studio di registrazione. 

Nel film troviamo alcuni dei personaggi chiave della storia di Bob Dylan, ma mentre il manager Albert Grossman è presente con una parte piccola ma importante, non trovano spazio personalità come Al Kooper, Robbie Robertson, Mike Bloomfield e Charlie McCoy. Cosa ancora più bizzarra non vi è traccia di Tom Wilson, né di Bob Johnston. Vediamo brevemente John Hammond, ma non ha grande importanza. Non ci sono neppure altre figure chiave del primo periodo folk di Dylan, perché il regista pensa bene di confondere le acque affidando la parte a un ragazzino di colore, interpretato da Marcus Carl Franklin, che all’epoca delle riprese aveva 14 anni. In pratica l’attinenza tra la biografia di Dylan e quella dei sette personaggi in scena, finisce già qui. Io non sono quiEppure il film è impregnato di scene, riferimenti, citazioni che vengono direttamente dalla vicenda artistica e umana di Bob Dylan.

Una didascalia a inizio film dichiara di essere ispirato alla musica e alle molte vite di Bob Dylan. Per essere onesti il film prende molto anche dal materiale documentaristico realizzato da D.A. Pennebaker, Murray Lerner e da Martin Scorsese. In più alcune scene sono ispirate a biografie e ai tratti salienti della carriera di Dylan. 

È un vero rompicapo, anche perché come prodotto filmico autonomo, l’opera funziona, ma solo a tratti. Come pure biopic è un autentico disastro. La scelta di inserire tre personaggi che non sono né musicisti né cantanti alla lunga annoia, sembrando un po’ campata in aria e non adeguatamente spiegata o approfondita, anche per questioni di tempo. Il film nella sua versione cinematografica dura 135 minuti. Richard Gere, il compianto e sempre bravo Heath Ledger e Ben Whishaw, interpretano rispettivamente le parti di un fuorilegge (Billy McCarty), di un attore (Robbie Clark) e del poeta Arthur Rimbaud. Il film diventa perciò un'opera di  metacinema quando entra in scena Heath Ledger, visto che gli viene assegnata la parte di un attore che ha recitato il ruolo di Jack Rollins (che nel film è interpretato da Christian Bale).

 Questa intuizione è potenzialmente la cosa più interessante, originale e geniale del film, anche se non è stata risolta al meglio, anche per via del fatto che Ledger copre uno dei periodi più ostici per descrivere Dylan, ovvero metà anni settanta. Sarebbe stato meglio affidargli un ruolo più libero e svincolato, come quello del fuorilegge interpretato da Richard Gere

Arrivati a questo punto, appare più o meno chiaro che nel film di Dylan vedremo davvero poco, capendo anche meno. Ora che questo sia stato un espediente narrativo per mostrare uno degli artisti più importanti della seconda parte del Novecento, non vi è dubbio. Non a caso l’opera ebbe un certo rilievo a livello critico, aggiudicandosi anche premi e riconoscimenti importanti, come la Coppa Volpi al Festival del Cinema di Venezia per l’interpretazione di Cate Blanchett. Tuttavia è proprio la parte della Blanchett, maledettamente brava e credibile, a far naufragare definitivamente l’operazione biopic dylaniano. Non certo per demeriti in termini di recitazione. Lei è bravissima come sempre, ma alla lunga la sezione dedicata al personaggio di Jude Quinn è quello più monocorde, noioso e irritante. Troppo distaccato e troppo poco empatico, rispetto al vero soggetto in questione: la svolta elettrica di Dylan che poterà alla realizzazione di dischi epocali come Highway 61 Revisited e Blonde on Blonde

Il difetto del film (ammesso che ne abbia, visto come è stato concepito) è che non funziona senza l’innesto di Bob Dylan, ma non possiede il coraggio, la forza e la volontà di raccontare alcuni dei momenti salienti della sua storia. Due esempi per tutti: per quale motivo è stato escluso il Rolling Thunder Revue, ma soprattutto perché mostrare Pastor John come un personaggio così sciatto e avvilito? Nella realtà l’epoca a cui il film fa riferimento, ha rappresentato per Dylan l’ennesima rinascita, sotto il profilo della performance e della sua tenacia di cambiare ancora una volta percorso sonoro e di scrittura. Sicuramente non è così interessante mostrare un artista nel momento in cui vince e riceve un Grammy, ma forse quel premio nell’economia della carriera dell’artista ebbe un significato importante, visto che in quel momento la sua vita e anche la sua carriera sembrava andare a rotoli. 

In effetti sarebbe chiedere tanto, decisamente troppo a un regista che non è interessato a essere fedele (Infidels, come dice Bob), ma che di contro non molla mai la presa sul versante dei rimandi, delle citazioni e delle assonanze. I’m Not There consegna alcune sequenze degne del miglior cinema possibile: è un film che può essere mandato a memoria da chi studia regia o frequenta il DAMS, ma vive di un conflitto immotivato ed estremo con gli appassionati di musica e in particolare con i fedeli cultori del mito di Bob Dylan

Citando una canzone tratta da Oh, Mercy: A cosa servo se so e non faccio, se vedo e non dico, se ti squadro da cima a fondo, se porgo un orecchio sordo al cielo tuonante. A cosa servo?

Giudizio dylaniano

Film non fondamentale nel corpus dylaniano per chi ha già visto opere come Dont Look Back, No Direction Home o Renaldo and Clara, ma apprezzabile a livello fotografico e con alcune soluzioni interessanti nel rapporto tra musica e immagini. Da rivedere molte scelte in termini di recitazione, casting e location. Ad esempio: per quale motivo il film non si apre o non si conclude con una bella ripresa dell’Iron Range? Il tutto suona un po' di occasione mancata. Tra l’altro proprio in stile finto-biopic era stato realizzato quel gioiello dimenticato di Bob Roberts, esordio alla regia di Tim Robbins, a cui Haynes sembra aver tratto ispirazione. Voto: 6,5

Giudizio estetico-cinematografico

Opera di forte impatto e presa, grazie al lavoro di regia, con soluzioni fotografiche interessanti che lo rendono un film ricco, variegato e meritevole. La recitazione degli attori è formalmente impeccabile, un po’ cinica a tratti, ma necessaria con la scelta estetica e formale dello script. Il personaggio Dylan viene utilizzato come espediente narrativo per una tavolozza dove troviamo un’artista così rappresentativo qui sezionata, radiografato ed eviscerato. Un regista coraggioso che sa cosa desidera, "riportando a casa" un risultato tutt’altro che scontato. Dopo aver visto Bohemian Rhapsody, Get on Up e Nowhere Boy, bisogna dare tutti i meriti possibili a Todd Haynes; non certo pochi e non esattamente di poco conto. 

A suo modo epocale, brillante e originale. Voto: 9

Dario Greco


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